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	<title>Irrisolta &#187; videocamera</title>
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		<title>office 69</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2007 14:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Irrisolta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono arrivati in sede che saranno state le cinque. Lei è la segretaria del capo. Salvatore mi ha detto che quando lei chiama devo rispondere subito. Quando ho visto sul cellulare dell’operatore in servizio che era lei ho risposto al secondo squillo e stoppato il dvd.<br />
Lei non era sola, no. Sono arrivati credo in moto perché avevano i caschi i giubbotti. Lui un tipo magro, alto. Pulito. Lei, beh, sempre allegra anche se stavolta sembrava proprio contenta. Ci credo: loro in moto a godersi la domenica io qui in guardiola a controllare cinque piani di uffici!<br />
Lei mi ha detto che aveva dimenticato su in ufficio il carichino del telefonino aziendale e che poi si facevano anche una pisciata. Cioè non me l’ha detto così, ma insomma, alla fine li ho visti salire con l’ascensore tutti imbacuccati. Salvatore mi dice sempre che lei ha la priorità perché è la segretaria del capo. Peccato che lei fosse tutta coperta. Di solito si mette certe maglie che mostrano le tette e quando sorride è come se ti sorridono in tre.</p>
<p>Convincere il piantone della security è stato relativamente facile. La scusa è stata banale e premendomi contro il corpo di Gherardo, poggiato alla parete dell’ ascensore,  replico la mia interpretazione scimmiottandomi da sola. Gli tasto l’inguine avvolto nel jeans freddo, con le mani ancora intorpidite dopo il giretto in moto. Mi mordo il labbro inferiore e faccio sporgere il mento per invitarlo a baciarmi, arrapata. “Uhmmmm,” poi cantileno guardandolo dal basso “Sai, mi dispiace ma ho lasciato su nel mio ufficio il carica batterie del cellulare aziendale e alllllooooora…”  Ci infiliamo le lingue in bocca, ce le succhiamo finché con un lieve sobbalzo arriviamo al quarto piano.<br />
Indico a Gary i servizi “Sì, sì, vai pure nel bagno presidenziale, tanto non c’è nessuno”. Inizio a togliermi giubbotto in pelle, paraschiena. Fuori dalla finestra i tetti di Milano sud e le gru di due cantieri si immergono nel tramonto.</p>
<p>Persino il bagno presidenziale! Asciugamani in spugna, doccia, tappetino. Potrò dire di aver pisciato in un bagno presidenziale! Certo lei è un po’ matta. Venire qui di domenica,  e poi? Se quello sfigato della security fa il giro e sale su al quarto? Quando l’ho vista la prima volta non avrei mai pensato di ritrovarmi qui, nel suo ufficio. Ne ho avute di più gnocche, sì. E lei non è perfetta ma mi piace così. E’ tutto il pomeriggio che ho una gran voglia di farmela. Pazzesco. Come fossi affamato. Fame fame fameeee. Fame di vita. Ora vado di là e giuro me la mangio in questi uffici presidenziali alla faccia del presidente e del suo accappatoio di spugna. Stasera l’unico capo sono io, anzi no… è lei.</p>
<p>Eccolo. Madonna com’è bello, prima ho rischiato di lasciare una chiazza umida sulla sella da quanto sono eccitata. Gli sorrido, consapevole della marachella che sto per proporgli. Gli mostro l’ufficio. Stretto e lungo, in mezzo a  due stanze  più ampie. Sul lato sinistro scrivania in vetro e metallo con monitor a cristalli liquidi, tastiera wireless,  stampante e fax. Lo faccio sedere sulla poltrona girevole e mi accoccolo sulle sue ginocchia. Alle sue spalle il riquadro del cielo sta imbrunendo.<br />
Ci alziamo faccia a faccia ci caliamo i jeans. Ridicoli più che sexy, ma fa parte del gioco.</p>
<p>Dài andiamo di là nell’ufficio del tuo capo! Ok, non vuole, ah io non mi lamento. No, no. Non mi lamento di questo culotto che va su e giù.</p>
<p>Le mani appoggiate sulle cosce le scarpe da ginnastica che spuntano sotto il jeans arrotolato alle caviglie, gli rivolgo le spalle. O meglio il culo. Lo intravedo vedo la sua silhouette riflessa nella porta a vetri. Non abbiamo acceso la luce e ora nella semioscurità di questo piccolo acquario in cui ronzano solo fax e pc ci diamo dentro di gusto. Di vero gusto perché mi piace. Le gambe mi tremano per il continuo sollevarmi e abbassarmi su di lui, che sta seduto sulla poltroncina ergonomica. Mi reggo al bracciolo con una mano e con l’altra cerco di aggrapparmi al piano di vetro  come fosse un lenzuolo e andiamo avanti . Sono al trotto su di lui.  Tra le gambe ho magma pulsante. Con ogni sferzata guida i miei fianchi su e giù. Ancora e ancora. Glielo intravedo, accucciandomi leggermente in avanti: teso, lucido, poderoso.</p>
<p> Da quant’è che son su? Mezz’ora? Naaa di più. Fa conto che non ero nemmeno a metà del film. Usciti non sono usciti, il giro scale nord è allarmato. Aspé-Pausa paglia. Vado fuori. Minchia che freddo! Boh non c’è nemmeno la luce del suo ufficio accesa… Senti io non discuto. Salvatore dice che lei ha la priorità quindi…</p>
<p>Alzo il viso e cerco di guardarlo mentre è ancora seduto e ansimante con la testa rovesciata indietro. Ma l’unica luce è quella del lampione fuori e c’è solo la sua sagoma scura e l’odore del suo seme e dei nostri ormoni.  Mi sollevo in piedi appoggiandomi sui braccioli della poltroncina. Poi mi accuccio di nuovo e riacciuffo jeans e perizoma, sculettando li  tiro su.  Ridacchio, provo a baciarlo sulla bocca ma sbaglio mira e ne viene fuori un mezzo ciucciotto sul naso.</p>
<p>“Dottoressa Irrisolta, devo dirglielo: complimenti per l’ufficio, ho potuto con piacere constatare l’impegno profuso volto al vicendevole successo e gratificazione!”</p>
<p>Un’ora e mezza, quasi due, per pisciare e prendere un carichino? Lei aveva le guance rosse ma sono scesi con l’ascensore, non a piedi.Almeno se ne sono andati. Così poi mi guardo in pace il pornazzo che mi ha passato Salvo ché l’avevo aiutato a montare le videocamere al quarto piano.</p>
<p>Listening to “La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria” Ornella Vanoni</p>
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