la vita è tua se te la prendi
L’inizio dell’incubo era stato un click. Quello per aprire una foto su Facebook: due ragazze abbracciate sorridono all’obiettivo.
Una telefonata che sarebbe stata l’ultima: “Carmine, rilassati! Non vedevo Milena da due anni oramai. E poi non eravamo sole, era una cena tra compagni del liceo…” Questo era stato il goffo tentativo di giustificarsi di Adriana. Quando, in realtà, le sarebbe bastato semplicemente dire per telefono a Carmine “Che ti frega, tanto io e te non ci frequentiamo più da mesi oramai”.
Adriana aveva troncato la sua relazione con Carmine la primavera precedente. No, non c’era nessun altro. O qualcun’ altra.
Perché a lui non aveva nascosto niente, fin dai primi tempi in cui si vedevano.
Adriana glielo aveva confessato già dopo poche settimane di frequentazione, come fosse un piccolo vezzo “Sai, ecco… io ho avuto esperienze anche con qualche ragazza ai tempi di scuola, ma non sono lesbica, cioè tu mi piaci tantissimo, sei speciale” Le era sembrato magari un modo innocuo di rendersi un po’ più intrigante ai suoi occhi e ribadire l’importanza del loro legame e complicità. Carmine dal canto suo, in delirio da innamoramento aveva subito minimizzato le esperienze lesbiche di Adriana e più che altro le lanciava qualche battutina hard, di tanto in tanto “Che ne dici se invitassimo qui da te la tua compagnetta di scuola? Potremmo giocare dietro la lavagna e andare nei bagni tutti e tre insieme a guardarci il pisellino e la patatina”.
Quando però, due anni dopo, lei aveva chiuso il rapporto (esasperata dalla reticenza di Carmine in merito alla convivenza), “quel” dettaglio, il fatto che Adriana avesse avuto esperienze omosessuali, era diventato per lui un’ossessione.
Si era iscritto a Facebook solo per controllarla. Aggiorna il tuo profilo: “A cosa stai pensando?”.
La domanda nella mente di Carmine prevedeva una sola risposta: Adriana. Ma con mille altre sfumature “Quella troia di Adriana, ecco cosa sto pensando” e l’incubo aveva iniziato così a prendere corpo.
“Tu riallacci i contatti con la tua amichetta camionista del liceo su Facebook? Mi sto loggando e sono pronto a raccontare a tutti come gliela lecchi bene” Adriana con le mani tremanti aveva cancellato subito il messaggino per scacciare la paura e l’ignominia su web. Terribile. Di lì a qualche minuto si era connessa per cancellare anche l’amicizia. Lo poteva vedere Carmine: mentre chino sul pc, le inviava freneticamente la prima di ventiquattro mail consecutive ed iniziava a pubblicare, dettagli imbarazzanti e privati della loro vita insieme.
Già, perché Carmine non scriveva soltanto a lei, ma le inviava brevi stoccate informatiche attraverso i vari social network, pubblicamente. Centoquaranta caratteri per dire a tutti su Twitter, senza mai nominarla in modo diretto, che la sua ex faceva dei pompini appena sufficienti ma che di preferenza lo prendeva nel culo e ora si trastullava pure con altre donne.
Piccole lettere aperte che Carmine scriveva per ribadire la sua superiorità, puntandole il dito contro, spostando l’attenzione degli altri utenti su Adriana, denigrandola, sminuendola, riportando mezze verità, raccogliendo persino in diversi casi espressioni di solidarietà e supporto, passando lui (!) come vittima, di una insensibile arpia senza cuore che l’aveva tradito con un’altra donna. Santificando la sua posizione per ostracizzare e demonizzare Adriana in una nuova caccia alla streghe omofobica.
Adriana aveva scelto di mantenere il silenzio e non fomentare la polemica.
Anni di vita in Rete le avevano insegnato che i troll, i piccoli molestatori, vanno ignorati in quanto si nutrono di bisticci virtuali e godono nel vedere che le loro provocazioni hanno sortito l’effetto sperato. Ogni post, ogni twit, ogni feed, ogni click di Carmine era un’allusione, una velata calunnia, uno strisciante insulto teso a provocare Adriana. Ogni post, ogni twit, ogni feed, ogni click era la rabbia di Adriana per una realtà travisata, strumentalizzata e resa di pubblico dominio.
Serviva a poco cancellarlo dalle sottoscrizioni, smettere di leggere il suo blog (aperto e chiuso infinite volte, Carmine era volubile per natura), perché lui arrivava ovunque, creandosi nuove identità, chiedendo ad altri utenti virtuali di riferirgli cosa scriveva e cosa faceva Adriana, dentro e fuori la Rete.
Era un gioco a rimpiattino fatto di telefonate anonime in orari impossibili. In cui il terrore e l’ansia si affacciavano con ogni sms, squillo e mail.
Non gli avrebbe dato questa soddisfazione anche se alle mail e alle note pubbliche sui social networks si era passati a sms e telefonate, anche questi lasciati senza risposta.
Adriana teneva il suo numero per un solo motivo: dimostrare in caso di necessità che il suo ex ragazzo la tormentava di messaggini deliranti.
Il momento peggiore dell’incubo era stato quando lui, in un post, aveva descritto con dovizia di particolari l’abbigliamento e le azioni di Adriana in occasione dell’inaugurazione di un centro commerciale. La stava braccando, a distanza, ma la stava braccando. La seguiva, la spiava. Ora Adriana ne aveva le prove: non l’avrebbero presa per una visionaria con manie di persecuzione.
Persino le sue pregresse esperienze lesbiche erano passate in secondo piano per Carmine, giusto qualche accenno per non opacizzare il suo machismo, ma gli riusciva meglio di trasformarsi in vittima e lamentarsi di non avere più la libertà di andare in quel bar perché Adriana ci lavorava o ascoltare quei particolari cd perché gli riportavano alla mente lei. Denigrare e insultare l’altra persona per proiettare su di lei i propri deficit.
Uno specchio. Un dito per inviare un sms, un dito per cliccare e pubblicare un post, un dito per affidare alla Rete un feed traboccante di calunnie e dettagli privati. Uno specchio. Adriana era diventata lo specchio di Carmine in cui lui rifletteva le sue debolezze, la sua richiesta di attenzione ed egocentrismo. Magari verso persone sconosciute o amici virtuali, ma poco importava. Adriana ne usciva comunque come un mostro. Ma puntare un dito verso il prossimo in realtà sottende che ce ne siano almeno altri tre rivolti verso di noi e questo Adriana lo aveva capito, con lacrime, notti insonni, umiliazioni, terrorismo strisciante.
“La vita è tua se te la prendi” : un graffito che Adriana leggeva ogni mattina in metropolitana. Era tempo che quello specchio rimandasse a Carmine un’immagine vera. Forse non avrebbe funzionato ma almeno valeva la pena provarci. E riprendersela la vita senza angosce, insulti, né dignità calpestata.
Così si era messa a rileggere tutti i post e i messaggi di Carmine. Analizzandoli come lui avrebbe fatto.
E aveva capito.
La paura non era svanita, ma almeno lasciava lo spiraglio ad una ritrovata consapevolezza.
Avrebbe fatto in modo di trovarsi nei pressi della casa di Carmine. Invece che sfuggirgli lo voleva affrontare, ma non con la protezione del web e del cellulare dietro a cui lui si nascondeva per scagliarle contro ingiurie e falsità. Lo doveva vedere di persona. Sapeva che viveva con i suoi genitori, che non le aveva mai presentato, dall’altra parte della città. Ci sarebbe andata. Ne aveva parlato con Milena che si era offerta di scortarla con il fratello a breve distanza così da intervenire in caso la situazione fosse degenerata.
In preparazione a questo incontro Adriana aveva pure preso già diversi appuntamenti (in orario di lavoro) presso un dentista che aveva l’ambulatorio proprio sopra l’appartamento in cui Carmine viveva con i genitori, così aveva potuto studiare i tempi di percorrenza, le vie di fuga, gli appostamenti e delineare una vera e propria strategia di incursione.
Nel giorno fatidico, se anche non l’avesse trovato in casa, avrebbe avuto comunque un motivo per passare di là. Tanto li conosceva i suoi orari e di lì a poco sarebbe uscito per recarsi al lavoro, un palazzone di uffici vicino al suo bar, dove l’aveva conosciuto due anni prima, tra un caffè, una birra e una piadina.
Invece che uscire dal portone l’aveva visto arrivare sotto la palazzina a bordo di una nuova monovolume. Le guance le erano andate in fiamme sotto i grandi occhiali da sole, il respiro le si era accorciato. Era forse invecchiato. Lo ricordava più bello. Aveva gli occhi cerchiati e la barba un po’ incolta.
Nella tasca del cappotto Adriana stringeva il cellulare, pronta ad inviare la chiamata che avrebbe mantenuto in contatto lei e Milena, appostata con suo fratello Enrico nella viuzza accanto.
Adriana aveva affrettato il passo per entrare nel porticato d’ingresso del condominio, mentre Carmine era ancora intento a fare la manovra di parcheggio. Voleva affrontarlo sul vialetto pedonale. Adriana aveva suonato: “Studio dentistico Angelucci, terzo piano, prego”, il cancelletto si era aperto docile. Carmine invece era sceso dall’auto e si era messo a rovistare sui sedili posteriori. Adriana lo poteva vedere attraverso il fogliame dei ficus nell’androne.
Un movimento rapido del pollice nella tasca e la chiamata al cellulare di Milena era partita, segnale che potevano iniziare ad avvicinarsi e rimanere nel frattempo in ascolto, a debita distanza, sul marciapiede.
La vita è tua se te la prendi. La vita è tua se te la prendi. In un mantra Adriana si preparava a ritrovarsi faccia a faccia con chi, dopo il paradiso di una breve ma intensa storia d’amore, le aveva fatto passare l’inferno della bugia e della persecuzione.
Tu non hai voluto prenderti la vita insieme a me, Carmine. Non volevi convivere con me, impegnarti, crescere, per questo t’ho lasciato.
Quante volte Adriana si era ripetuta questo copione.
Dopo quattro passi lenti ora Adriana era in piena vista sul vialetto pedonale che portava al cancello.
Tu non hai volu-
Carmine aveva richiuso lo sportello dell’auto ed era sul marciapiede fermo al cancello pedonale intento a suonare il campanello. Dal vialetto Adriana poteva sentire il gracchiare indistinto del citofono.
Era pietrificata.
Persino Milena e Enrico si erano bloccati sul marciapiede con il telefonino all’orecchio intenti a carpire qualche rumore o voce.
Carmine aveva spinto con la punta del piede il cancello, entrambe le mani impegnate a sistemare sul fianco il bambino (di tre anni a occhio e croce) tutto imbacuccato che teneva in braccio.
Un figlio. Carmine aveva un figlio. L’auto nuova. Il fatto che lui arrivasse a casa e non ne uscisse per andare al lavoro. Quella non era casa sua! Era casa dei suoi genitori, i nonni di suo figlio. Carmine stava portando suo figlio a casa dei suoi, prima di recarsi in ufficio.
La vita è tua se te la prendi.
Adriana dopo aver fatto un respiro aveva iniziato a camminare incontro a quell’uomo che ancora non l’aveva identificata. Si era sfilata gli occhialoni da sole e l’aveva fissato in volto, comprendendo nel campo visivo anche il nasino del bimbo che giocava con la sciarpa del padre.
La vita è tua se te la prendi. Tu me l’hai rubata. Ma io me la riprendo. Ora. Fottuto bastardo. Ora.
“Ciao.” Adriana l’aveva scandito bene, piazzando i suoi occhi su quelli di lui.
Carmine l’aveva riconosciuta. L’aveva osservata e istintivamente aveva spostato subito lo sguardo sul viso del piccolo.
Adriana si era fermata, attendendolo a pochi passi. Lui, stringendo a sé il bambino come uno scudo, senza guardarla l’aveva superata.
“Ho detto CIAO”
Quasi ingobbito dalla vergogna Carmine aveva voltato il capo sopra la spalla biascicando qualcosa che poteva assomigliare ad un saluto ed era sgattaiolato nell’androne scomparendo alla vista di Adriana, ancora ferma sul vialetto, in preda ad una immobilità nervosa.
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Numero sconosciuto. Il panico torna vivido come quello dell’autunno 2007. La mano di Adriana trema. Milena le strappa il cellulare e preme il tasto di risposta, osserva il display e si porta all’orecchio il telefonino. Rimane in silenzio per alcuni secondi. Dall’altro capo una voce femminile.
“Signora Praghi?”
“Sì sono io, mi dica” Milena mente.
“Parla lo studio dentistico Angelucci, stiamo verificando il nostro database e ci siamo accorti che abbiamo qui una serie di sue radiografie panoramiche effettuate qualche anno fa, desidera forse ritirarle e fissare magari una visita di controllo?”
Il volto di Milena si apre ad un ampio sorriso e si avvicina a quello di Adriana, per sfiorarle le labbra con un bacio.
“Guardi Signorina, La ringrazio ma-”
Adriana guarda di sottecchi Milena che parla al telefonino e sembra particolarmente divertita e loquace, senza capirne il motivo.
“Sa, questo è il mese della prevenzione AMDI, la visita è gratuita, stiamo contattando tutti i nostri pazienti”
“Beh, vede, il fatto è che mi sono trasferita fuori Milano”
“Ah, capisco… quindi per le radiografie? Dove le posso inviare?”
Un’espressione quasi diabolica coglie il viso di Milena.
“Le metta in busta chiusa e le consegni pure alla famiglia Lorisia. Sì…, esatto quelli del secondo piano. Già, sono proprio delle carissime persone, ci conosciamo bene, infatti…”
Adriana nel sentire il nome Carmine sbarra gli occhi ma Milena continua a parlare al cellulare
“sono amici di famiglia… ah, ah, ah, sì male che vada se aprono la busta vedono il mio sorriso con le cure canalari! Si figuri un po’ se ci sono problemi. Anzi, sono io che la ringrazio; grazie infinite a lei, arrivederci”
Adriana ora abbraccia Milena, la bacia. Morbida, accogliente. Scosta il viso glielo prende tra le mani la guarda.
“La vita è tua se te la prendi”.
Listening to “Enjoy The Silence” performed by Tori Amos



Leggo e vado in ansia per i ricordi. Leggo e mi rattristo per l’incapacità di capire. C’è chi si apre e chi si chiude. Certi limiti nella comunicazione non hanno nulla a che vedere con le parole, solo con la mente e col cuore.
è tutto dannatamente triste.
Tvb
Elena
Gina che ansiaaaa …
Credo che Elenucci abbia scritto, molto meglio di me, quello che potrei dirti.
Jak
Troppo lungo, mi fai il riassunto?
Volevo sdrammatizzare un po, su…
Adoro il modo in cui scrivi, il modo in cui riesci a comunicare qualcosa di forte, costante, attraverso ogni singola frase.
Più mi inoltravo dentro questa piccola grande storia, più il mio cuore veniva strangolato da un ansia martellante. Eppure io, un episodio come questo, non l’ho mai vissuto.
Grazie per aver aderito alla campagna che Donna Moderna ha organizzato insieme a Fondazione Pangea Onlus in occasione di una giornata così importante come il 25 novembre. Pangea si occupa da anni di riscatto economico e sociale e si batte in Italia e nei Paesi del sud del mondo, affinché i diritti e la dignità della donne siano rispettati. on i suoi progetti Pangea lavora per dare a tutte le donne opportunità concrete di riscatto economico e sociale, attraverso l’istruzione, l’educazione sanitaria e ai diritti umani e il microcredito. Questa campagna di sensibilizzazione va a sostegno di pangeaprogettoitalia, il progetto a favore delle donne che in Italia hanno subito violenza. E’ un progetto concreto che le lettrici del tuo blog potranno scoprire a questo link: http://www.pangeaonlus.org/main.php?liv1=progetti&liv2=in_corso&liv3=italia
Abbiamo anche attivato uno sportello antiviolenza online http://www.sportelloantiviolenza.org
Spero che il tuo blog voglia continuare a seguire il nostro lavoro a favore delle donne.
Un cordiale saluto
Fondazione Pangea Onlus
Grazie a voi e a Donnamoderna.com per quanto fate per le donne non solo in questi giorni ma tutto l’anno. :*
Lo specchio e la paura. Così riassumerei questa e tante altre storie di violenza. La peggiore violenza è quella che ti ruba pezzetini di te a tua insaputa, un po’ alla volta, prima la sicurezza, poi la fiducia, poi la dignità, poi la lucidità… Quanta fatica riprendermi la vita affinché sia mia, quando la forza di volontà e la considerazione di me sono a livello di sottosuolo o ancora più in fondo.