reloaded X
Sogni nel pallone E’ sul ciglio della strada, avrà sì e no sei anni. Si sbraccia con una mano per catturare la mia attenzione mentre avanzo in auto. Tiene ben teso un pollice alzato e sfodera un sorriso che, avvicinandomi, mi accorgo è un po’ sdentato.
Fa l’autostop. Sporgo il capo verso il parabrezza quasi a volerci veder meglio. Eh sì…fa proprio l’autostop!
Ha un pallone sottobraccio e uno zainetto enorme sulle spalle. Per un attimo immagino di sostare, aprirgli lo sportello e chiedergli:
“Dove vai di bello?”
“Vado nel mondo dei grandi!”
“Salta su!”
Una volta sistemato in auto dopo sorrisi e convenevoli gli avrei domandato che mestiere avrebbe voluto fare da grande:
“Il calciatore!”
“Ah, interessante…lavoro dinamico, di successo, fama e anche sacrifici! Ti porto al lavoro con me oggi, così vedi un po’ di adulti come se la passano negli uffici”.
Ci saremmo fatti un tour aziendale. Io e lui. Mano nella mano. Mi avrebbe fatto un sacco di domande perché lui è un bimbo curioso, vuole girare il mondo, prenderlo a calci leggeri come fa con il suo pallone che non abbandona mai.
Avremmo visto insieme tante facce di impiegati, giovani e maturi, seri e sfaccendati.
Gli avrei raccontato la storia dei fondatori dell’azienda come una leggenda di cavalieri coraggiosi, che vivono in lussuose ville da sogno. Così forse sarei riuscita a tenerlo lontano dalle scrivanie presidiate da vocianti dirigenti sempre incazzati e dalle impiegate che fanno comunella fuori dagli uffici e fumano di continuo.
Gli avrei spiegato a cosa serve il fax, il pc, il telefono della segretaria…per distrarlo dalle lagne, dalle voci di corridoio, da parole pesanti come “mobilità”, “crisi”, “disoccupazione”, “ristrutturazione aziendale”, “contratti a termine”, “tasse”, “inflazione”…
Nessuno ci avrebbe notati perché io gli avrei insegnato ad osservare senza dare nell’occhio. Poi l’avrei portato in mensa, sollevandolo per dargli modo di afferrare con le proprie manine i piatti e riporli poi sul vassoio.
Gli avrei spiegato che non c’è il dolce ma solo frutta e yogurt perché dobbiamo rimanere in forma e mangiar sano, e poi lui deve diventare un calciatore, non un pingue capoufficio.
Gli strizzerei l’occhio, sapendo di mentire. Non c’è il dolce perché costerebbe troppo ai dipendenti.
Vorrei che lasciasse per un attimo il pallone, ma non lo perde mai di vista. Ogni tanto noterei che un po’ si annoia e magari gli piacerebbe fare qualche palleggio fuori tra i giardinetti della sede centrale.
Vorrei che a fine giornata mi dicesse in tono risoluto e maturo: “Ho cambiato idea, da grande farò l’imprenditore e avrò una fabbrica tutta mia, ma più bella di questa!”.
Invece so già che mi direbbe “Qui c’è gente triste, andiamocene via, ho gli allenamenti nel pomeriggio!”
Così, la presa delle sue piccole mani sul pallone non si allenterebbe e i polpastrelli si espanderebbero come ventose sul cuoio.
Fintanto che arriva uno schiaffo.
Improvviso, di sorpresa, quasi da dietro le spalle del bambino. Uno di quelli che intontisce.
Mi sento le cinque dita di sua madre sulla faccia e mi ritrovo nuovamente catapultata nella mia auto.
Come una cometa ubriaca il pallone mi attraversa la strada, lo scarto con le quattro ruote, non so nemmeno io come.
Con la coda dell’occhio dallo specchietto retrovisore scorgo il piccolo che non ha più il pollice in su e si copre ora il visino tra le mani. La bocca sdentata è spalancata nel pianto.
Altro che gite aziendali e viaggi educativi nel mondo dei grandi. Alla realtà basta un ceffone ben assestato per convincerti che diventare calciatore è un’utopia remota.
I nostri sogni intanto rimbalzano dall’altra parte della strada.

Listening to "Childhood Dream" Nelly Furtado



Nino non aver paura di segnare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…