reloaded VI
Ho sentito le loro voci alzarsi in un "Bravo!", poco dopo delle risate ed il rumore riconoscibilissimo delle bocce di metallo che si toccano. La casa di riposo nella mia città è una bella struttura. Moderna ma non tetra, complessa ma armoniosa nelle linee. L’ingresso è un grande salone tutto a vetrate, le stanze sono ospitate in moduli speculari, affacciati a piccoli giardini interni. Era quasi divertente girarci con mio padre, perdermi tra gli ampi corridoi e rubare qualche sguardo alle camere dei degenti. Per lui spesso era solo un tour stancante e noioso, per invece me era un diversivo, un esercizio mentale, un conforto. Spingevo la sedia a rotelle e intanto gli parlavo, come una specie di guida turistica in un viaggio nella memoria di cento anime perse, malate, inferme. Il fatto di spingere la carrozzina mi aiutava, in alcuni momenti, a non mostrargli il mio volto disperato, spaurito o solamente colmo di tristezza per la sorte che gli era toccata dal giorno dell’ictus. Se il tempo lo permetteva una piccola sosta fuori dagli edifici ce la concedevamo, magari a contemplare la mia moto parcheggiata sul vialetto nonostante il divieto degli operatori sanitari. Volevo lui la vedesse, so che gli piaceva e poi gliene parlavo così tanto di ritorno dalle mie gite su due ruote. Al sabato mattina nell’ampio salone ci si ritrovava un po’ tutti: ospiti, assistenti e parenti. Fuori sotto i teloni c’erano ancora i mattoni, la sabbia, la calce, i pannelli. Servivano a costruire un campo da bocce con la tettoia a volta in plexiglas. Mentre gli obiettori e i volontari si occupavano della costruzione fuori in giardino, nel salone le voci tremolanti e rauche degli anziani si univano in cori: filastrocche, canzoni dialettali e brani di lirica. Se gli avventori di questo improvvisato piano bar stonavano o non sapevano le parole non importava. Si sorrideva e si procedeva con più foga di prima. Come a dire "chi si ferma è perduto", nonostante il tempo fosse quasi volto al termine per la maggioranza dei presenti. I lavori all’esterno erano accompagnati da una colonna sonora impolverata dai decenni. Trenta vecchietti, un pianoforte, qualche poltrona, le sedie, le badanti filippine, i parenti annoiati, la musica di vecchi Sanremo ravvivavano questa grande sala a vetri. Un grottesco acquario musicale, intriso di naftalina e odore di mensa ospedaliera. "Guarda Papy, tra un po’ avrete anche le bocce, chissà che bello e quanto vi divertirete questa primavera! Quella volta non mi rispose era da qualche altra parte… Invece si schiarì la voce e si aggregò al canto: "La mula de Parenzo…". Credo di no, altrimenti avrebbe pianto in silenzio come facevo io, fingendo di guardare il campo da bocce in costruzione, con le mani a coppa sul vetro del salone e le punte delle scarpe bagnate di lacrime.
Un breve applauso.
Ho girato il capo, mentre stavo per risalire in auto al parcheggio e li ho visti oltre la rete, in un angolo di quiete quasi perfetta. Incuranti del parcheggio del vicino ospedale coi suoi rumori, le sirene, il viavai, la frenesia di una piccola cittadina operosa del nordest.
Uomini e anche qualche donna, tutti anziani in giardino a godersi il nuovo campo da bocce, all’ombra delle betulle trapiantate lì, due anni fa.
Parlavo e parlavo, forse anche per me stessa. Una nenia che stimolasse i suoi sensi intorpiditi dai farmaci e un mantra che allontanasse dalla mia mente i presagi di un futuro cupo.
Arrivava un signore in tenuta da ciclista su una vecchia bici scassata, lo spartito in uno zainetto da alpino e tante canzoni nel cuore, pronte ad invadere la sala assieme alle note di un pianoforte.
La cantò tutta, lui che non si ricordava nemmeno più quanti anni avesse. Lui che mi faceva le avances pensando fossi un’infermiera: "Signorina, lo sa che ha degli occhi bellissimi? Devo chiedere al primario il permesso di portarla fuori a cena una sera di queste?".
Chissà se la sua malattia gli aveva lasciato la memoria della giovane donna di Parenzo che aveva sposato negli anni ‘60 e gli aveva dato due figlie, per poi lasciarci tutti e tre orfani nel 1991.



Io i grandi li riconosco al buio…
@ Cielo: Lo dicevo sempre anch’io quando alle festine del liceo facevamo il gioco della banana…
Baci
Irry, un bacio. Sei meravigliosa. Davvero.
Te lo scrivo in questo post ma avrei potuto farlo in un altro qualsiasi.
Meravigliosa.
Cheti
Un racconto bellissimo. Comlimenti!
mi sono commossa
lem ie lacrime non arrivano mai alle mie scarpe si asciugano sul viso stropicciandolo inevitabilmente
come sempre e come ti ho conosciuto…prima della fine del 2003.
Bellissimo questo post!!
cavolo,io nn ci capisco + niente,nn so piu’ distinguere la realta’ dalla fantasia in alcuni blog,comunque mi hai fatto piangere,sono delicata in questo periodo e ho bisogno di piangere,grazie irri,tu mi piaci,sei una bella xsona,nn te l’ho mai detto,ma oggi sn delicata
Irry, ti seguo da un po’ ma è la prima volta che scrivo..sei davvero meravigliosa, mi hai commossa! hai una sensibilità fuori dal comune..cosa preziosa e rara! Un bacio cara!
Mi hai toccato il cuore Irri con questo post. Un abbraccio