Arrivare in metro trafelata, di lunedì mattina. Oggi mi son messa pure il tacchetto per slanciare un po’ il culo e l’inizio settimana.
Guardo il mondo che corre a fianco a me, i miei occhi truccati di sonno, che fanno così sexy.
Divoro gli scalini verso i piani alti a due a due. Ansimo e saluto con un filo di voce. E’ tardi, la collega è già alla sua postazione.
Lancio la giacca, mi isso sulla poltroncina dell’ufficio e piroettando faccio il croupier sulla scrivania con pratiche, fax, post-it di tutte le dimensioni.
Giustifico il mio ritardo come meglio riesco, ma lo sguardo di risposta della collega mi suggerisce, silenziosamente, che la mia deposizione non è credibile.
Anzi, la sua espressione, ad ogni minuto che passa, si trasforma quasi in denuncia. Nervosamente, mi sistemo la scollatura (ma è a posto), controllo con i polpastrelli che il trucco non sia sbavato (nessuna traccia strana), mi passo la mano-
Oh, cazzo.
Occazzo.
Occcazzo.
Mi passo la mano sui capelli. Parto ad accarezzarmi dalla fronte per arrivare-
Dietro la sommità della testa il palmo della mano si inceppa: un groviglio di capelli crespi grande come un krapfen.
La mia sentenza: colpevole.
La mia condanna è la gogna di un hairstyling cotonato in stile “Tutti pazzi per Irry”.
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Penelope al contrario.
A guardarmi le spalle, prendendomi per le reni, ieri notte c’eri tu, rigirandomi sul letto, una spoletta nelle tue mani.
Davanti, dietro, dritto, rovescio, sul telaio di un letto sgualcito.
Quella matassa scomposta di capelli mi ha fatto da cuscino strusciando sulle lenzuola, mentre mi strizzavi le cosce. Hai tessuto la lanugine del mio sesso, spingendo con i fianchi. Per poi scomporla e sfilacciarla fino alla testa, ad ogni mugolio.
Sei stato un pettine liccio di pelle e muscoli,
bocca d’or-dito,
cu(r)lo posteriore,
catena vergine.
Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro… ho avvolto un filo di saliva sul tuo grande rocchetto rosa, teso e lucido.
Mentre tu, in tutta risposta, hai ordito il mio piacere fino ai capelli, che stamattina, decorano, in un viluppo aggrovigliato, il mio capo.
E’ la mia corona. O mio Re, Ulisse.
Questo è il nostro arazzo che la giornata sfibrerà, in attesa della tessitura notturna.
Ti aspetto,
tua Penelope al contrario.
Listening to “Penelope” Linea 77


















